Scritto ascoltando: ‘Til It’s Over di Anderson Park

Ripartiamo dal premio Pulitzer. È un premio statunitense, gestito dalla Columbia University di New York, dedicato al giornalismo, la letteratura e le composizioni musicali.

Il primo Pulitzer fu assegnato nel 1917, il primo riconoscimento musicale è del 1943 quando lo ricevette William Schumans per la Secular Cantata No 2. Dobbiamo aspettare 54 anni per vedere riconosciuto del merito fuori dalla musica classica europea, in particolare quando venne premiato Wynton Marsalis, appartenente al mondo jazz.

La vittoria di Lamar comincia a prendere una sfumatura più interessante, da alcuni paragonabile se non più importante del Nobel alla letteratura a Bob Dylan. Ma tornando ad oggi, chi è il vincitore? È un rapper statunitense, californiano. DAMN. è stato l’album hip-hop più venduto del 2017 e così, tra le altre cose, ha ricevuto sei MTV awards e cinque Grammy. Parlare di hip-hop è riduttivo però, non si tratta “solo” di tracce dalla strada, arrabbiate, nate dall’estrazione sociale bassa, ma di innovazione.

La cosa che mi piace di più di DAMN. è la piacevolezza nell’ascolto, in qualsiasi occasione non risulta mai sbagliato, è sempre interessante e incredibilmente piace un po’ a tutti. Probabilmente tranne a Donald Trump. Kendrick Lamar ha definito la sua elezione un “complete mindfuck” il che ha portato alcuni a voler evidenziare la scelta di assegnarli un Pulitzer come un messaggio politico.

Kendrick Lamar e Barack Obama

A Barack Obama piace questo elemento.

 

Probabile, forse più che altro possibile, ma la cosa che più mi affascina di questa premiazione è che anche ai piani più alti è diventato chiaro che qualcosa è cambiato. Il rap, l’hip-hop non sono più necessariamente produzioni dal basso, non c’è più bisogno di un ferro in mano per far parte di questo mondo. Involontariamente si sono elitariezzati? Forse ma non per forza. Le forme d’arte non sempre parlano di ciò che si conosce veramente. Si parla d’amore senza davvero provarlo, di mondi immaginari o reali senza doverne far parte. Il che non significa appropriazione culturale indebita, ci si può nascondere dietro il citazionismo o forse ammettere che oggi tutti possiamo parlare o raccontare.

Ed eccoci qui, posso scrivere con le mie treccine in testa e l’aria condizionata sparata in un tiepido maggio milanese di un afro-americano che mi piace molto.

“Scrivo da tutta la vita, per cui ricevere questo tipo di riconoscimento… È bellissimo”

Allora a prescindere da Trump, dalle vendite, dal fatto che forse un Pulitzer postumo lo meriterebbe anche 2Pac, mi piace pensare che questo premio sia un inno alla passione, unico vero motore delle nostre esistenze. O per lo meno della mia.