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7 gennaio 2016 - No Comments!

La morte al tempo dei social

Se c’è qualcosa che ci accomuna veramente tutti è la comune fine. Detta in maniera meno romantica la morte.

L’idea di questo post mi è venuta qualche settimana fa, nel periodo Bataclan e stragi di Parigi quando il motto da Je suis Charlie si è facilmente trasformato in Je suis Paris e le bacheche di Facebook sono state invase di simboli della pace disegnate con una Tour Eiffel. Come le bacheche anche le città si sono vestite a lutto, nel mio caso ricordo di essere arrivata dal naviglio piccolo verso la nuova darsena milanese e di aver visto l’enorme cubo solitamente usato per eventi e pubblicità recitare a grand luce Je suis Paris. A distanza di un paio di giorni sono ripassata nella stessa zona e la scritta era ancora presente tra una pubblicità e un’altra.

Ci sono rimasta un po’ male ma probabilmente gli spazi erano già stati venduti e bisognava un po’ alla volta ritornare alla normalità. Un po’ come togliere la bandierina dalla propria immagine profilo su Facebook. Dopo quanto è lecito rimettere il proprio selfie da zoccoletta, sbocciatore o pseudo intellettuale? E ritornando indietro si può applicare la bandierina anche su codeste immagini o potrebbe risultare di cattivo gusto?

Ricordo quando nel 2010 Nicoletta Reggio (The Scent Of Obsession) decise di dedicare un outfit a Sarah Scazzi, una 15enne assassinata ad Avetrana. “Un outfit per ricordare la vita spezzata…”. Un poeta dedica un sonetto, un cantante una melodia, un artista un dipinto, un medico un’operazione, un filosofo un pensiero e una blogger un outfit. E’ di cattivo gusto?

Oltre un milione di persone è iscritto a Facebook e anche queste hanno in comune la cosa di cui parlavo in apertura. La morte. Ecco allora che il social da alcuni mesi ha dato la possibilità ai suoi utenti di lasciare in eredità il proprio profilo oppure di cancellarlo definitivamente alla morte del legittimo proprietario. (http://www.huffingtonpost.it/2015/02/13/facebook-contatto-erede_n_6677156.html)

Io non avrei avuto coraggio di togliere Je suis Paris dal cubo ma mi rendo conto che oggi è giusto “essere parigino” nel cuore e poi parlare della dieta post-Natale. Allora forse non andava messo, ma era bello e creava unione anche se il media usato normalmente è pubblicitario.

E la bandierina? Quella non l’ho usata. Troppa ansia da prestazione. E per quanto riguarda il profilo l’ho dato in eredità ad un’amica sapendo ne farà buon uso, spero il più tardi possibile.

E questo post? Non lo so, non so la domanda e nemmeno la risposta, non vuole giudicare e forse nemmeno essere giudicato, magari vuole solo piantare il seme dell’ansia nelle vostre vite 🙂

14 dicembre 2015 - No Comments!

Wind vs Vodafone. Spot all’ultima lacrima.

Che l'advertising sia sempre più emozionante e commuovente non è sicuramente una novità. Come mi è già capitato di dirvi le persone non fanno più caso ad il cosa comunichiamo ma al come le facciamo sentire, ed ecco quindi che i valori e principi aziendali diventano parte dello storytelling. Racconti ricamati per avvicinare le persone e umanizzare grandi fabbriche.

Qualche settimana fa sono stati assegnati i Grand Prix della comunicazione e nemmeno a dirlo Papà di WIND si è accaparrato il massimo premio. Che rabbia. A me papà non è mai andato giù!

Perché mai? Comincio a spiegarvelo con questo video.

(Se proprio non ve la sentite, correte al minuto 4:00)

Impossibile non emozionarsi nemmeno un secondo, probabilmente significherebbe non essere umani.
Uno script molto ben scritto per una storia non banale, buona la recitazione, ottima la regia e il montaggio. Ma in maniera provocatoria con il mio Papà volevo proprio sottolineare come a mio parere questa non sia pubblicità. E' un film. 

Una delle prime cose che mi hanno insegnato è che se all'idea posso attaccarci un altro brand allora non è quella giusta. Attaccare delle lacrime non mi farà cambiare idea.

Vi propongo allora una campagna uscita recentemente, con probabilmente meno di metà budget, per un'azienda che lavora nello stesso campo.

Si presenta quindi Vodafone con il suo primo cortometraggio. Una vera pubblicità.

In questo caso ci raccontano una storia che si, ci emoziona, ma senza dimenticare il messaggio e la marca. Quanti altri brand avrebbero potuto raccontare una storia simile? Al momento non me ne vengono in mente.

Mi viene però in mente l'ADCI che vota ai prossimi Grand Prix e mi chiedo se gli darà qualche premio. Probabilmente no e non posso nemmeno essere così in disaccordo. A volte nel lavorare con la creatività si perde il filo e non si vuole rinunciare a nulla.

A differenza del primo spot qui i budget di produzione probabilmente erano più bassi, nello stesso minutaggio abbiamo 4 scenette con uno script non eccezionale in cui molte cose potevano essere lasciate un po' più al nostro personale. Capisco la volontà di passare da una sequenza all'altra senza stacchi netti (molto apprezzata tra la gioia e le lacrime di Olivia a circa metà) ma tutta l'ultima parte della corriera forse non era necessaria, è evidente che le cose non siano andate bene visto l'inizio narrativo, i dialoghi di lei generalmente sono impietosi e creano un personaggio mediamente ridicolo e poi una Vespa negli anni 2000?

Ho deciso anche qui di ripropormi regista.

Non dico che andasse proposta la mia versione da 90" ma forse si poteva pensare di renderlo un racconto senza dialoghi e in questo modo di accorciare alcune parti che non aggiungono molto, al contrario.

In sostanza se dovessi scegliere il mio voto andrebbe a Vodafone anche se dall'alto della mia sedia nascosta dietro ad una tastiera, con una lacrimuccia che scende, mi viene voglia di rimandare entrambi.

9 novembre 2015 - No Comments!

Idee e consigli per vincere Cannes.

Dell'Italians Festival (IF) vi ho già raccontato qualcosa.

Oggi vi riporto un po' delle idee e osservazioni che si sono scambiati Francesco Bozza (Leo Burnett), Nicola Rovetta (Golin) e Sergio Spaccavento (Conversion) moderati da Nicola Lampugnani (IF! Festival/ADCI/ TBWA) Nella gabbia dei leoni.

Si parte con quello che è già diventato un grande classico dello storytelling con lacrimuccia: Rory McIlroy e Tiger Woods per Nike. Semplicemente perfetto nei protagonisti, la storia, fotografia, montaggio, scelta della musica,... Lo riguardi e ti emozioni sempre, ecco perché vincente.


 

Successivamente ci presentano i due candidati dell'ultimo GrandPrix.


Vincitrice è stata la campagna #Likeagirl, semplicissima ma iper efficace. Budget di produzione ridottissimo, concetto chiaro e in linea con la marca.

Ma cosa ha fatto veramente la differenza con Great Names? Due dettagli. Nella case riportano i tassi di riuscita della campagna come qualcosa di inaspettato e sconvolgente mentre la categoria per la quale concorreva (la PR) dovrebbe far corrispondere previsioni e riuscita della comunicazione. La seconda motivazione va all'influenza sociale che ha avuto, Like a girl oltre ad essere una meravigliosa campagna ha lasciato un messaggio universale pur rimanendo un commercial.


Campagna che non conoscevo firmata Quicksilver, l'effetto dopo averla vista è sicuramente wow ed è il motivo per cui è riuscita ad andare avanti in diverse gare e accaparrarsi molti premi. Ma la domanda che sorge è: veramente ha funzionato? ha veramente riavvicinato il pubblico al surf e aumentato vendite e awarness del brand?


Chi non conosce questa case evidentemente la scorsa estate viveva in mezzo al deserto o in una foresta. E' un caso controverso per Cannes in quanto nata da comuni cittadini è stata adottata a presentata al festival da un'agenzia. Il maggior festival delle agenzie e dei creativi che si vedono spadronati di uno dei maggiori riconoscimenti dall'idea di singoli cittadini che hanno preso una meccanica pre-esistente, quella della nek nomination, e forse per la prima volta gli hanno affiancato una motivazione sensata creando dei risultati incredibili. Chapeau.




Ultimi tre i finalisti per il GrandPrix, vince Volvo. Supera Nivea in quanto realizza un prodotto nuovo; la tecnologia già esisteva ma non è un stata applicata ad un altro prodotto da poter acquistare, vince su Whopper perché non si fa portare di un valore che non è suo intrinseco come lo è la sicurezza per il brand svedese che, a suo merito, a distanza di anni riesce ad uscire dal raccontare la macchina sicura verso la strada sicura.

Questi i consigli che ho raccolto Nella gabbia dei Leoni. Adesso spero di trovarci tutti a Cannes nel 2016!

8 novembre 2015 - 2 comments

7 Case History per capire lo storytelling nell’advertising

Raccontare storie in nuovi contesti, questo era il tema dello speech tenutosi il 6 novembre presso l'Italians Festival (IF), una tre giorni di advertising e creatività alla quale nessuno che vuole far parte di questo mondo può mancare.

L'incontro How brands are telling great compelling stories in the new context tenuto da Patricia Weiss (BCMA South America) per OBE (Osservatorio Brand Entertainment) era appunto incentrato su come le marche si inseriscono comunicano negli ultimi anni seguendo le mutazioni sociali e le opportunità dettate dai nuovi media.

Il concetto generale era legato al fatto che le persone dimenticano prodotti e brand ma non dimenticano come questi li hanno fatti sentire. Abbiamo quindi visto alcune case, probabilmente già le conoscete ma ve le riporto qui sotto.

Buona visione!


This girl can - What about you?


Always #Likeagirl


Love has no labels


Burger King Proud Whopper


High School Girl?


Be true to your pleasure


This is wholesome

24 ottobre 2015 - No Comments!

Notte prima dell’Eurobest Young Country Selection

E' così sono alla notte prima dell'Eurobest, in particolare dell'Eurobest Young Country Selection, il Leone di Venezia della comunicazione per i giovani Under29.

Mi sento come una bambina la notte prima di Natale, so che una grande possibilità si trova davanti a me come la possibilità di trovare un pacchetto con un nastro dorato arricciato all'estremità sotto l'albero se solo fosse dicembre e avessi 8 anni ma in questo caso il contenuto di questo dipende solo da me (e dal mio copy).

Sto dando tantissimo al mio percorso personale e un premio sarebbe l'incoronazione di un anno perfetto per la mia carriera, segnato da diverse agenzie, una cattedra in arrivo e molte soddisfazioni che questi mesi hanno saputo portarmi.

E allora così, mi trovo la notte prima a riguardare i brief degli anni scorsi e le proposte arrivate per capire cosa ha saputo valorizzare la giuria nelle varie edizioni con le mani che sudano e una strizza che da tempo non provavo. Nemmeno il giorno prima della discussione di laurea.

La voglia di dimostrare a tutti di avere un potenziale che si può esprimere, la voglia di sorprendere (o non deludere?) la mia nuova agenzia alla quale quale tengo già tantissimo perché in si e no 10 giorni ha saputo darmi una marea di opportunità.

Io mi conosco, so che ce la posso fare. E' il momento di dimostrarlo, di tirare fuori tutto quello che ho. Credo nella mia metà, pazza ma geniale. Credo che questa debba essere la conclusione di un percorso cominciato nel giugno 2014, quando io ero una stagista e lui un copy bisfrattato in un'agenzia priva di fiducia in noi ma più in generale in tutti.

E' la nostra chance.

Spero che sia un Gameboy Color con Pokémon giallo.